CAPRAROLA: IL PAESE DEL CARDINALE

Il ridente paese dei monti Cimini a ridosso del lago di Vico ha legato la sua mitica bellezza allo splendido palazzo fatto costruire dal cardinale Alessandro Farnese, ancor prima di divenire papa con il nome di Paolo III, in un contesto ambientale rimasto magicamente intatto tra l’antico borgo medievale e il verde rigoglioso di pini secolari e giardini a terrazze.

“Il fascino dei luoghi che aiutano a sognare è assoluto. A Caprarola c’è la possibilità di sognare ad occhi aperti”. Così scrive il poeta Mallarmé al suo amico Verlaine descrivendo uno dei palazzi e dei paesi più suggestivi d’Italia. L’artista francese parla infatti di Caprarola, noto da sempre per la dolcezza dei suoi declivi, per il rosso brunato dei campi al tramonto, per la struggente melanconia del lago di Vico, che gli sta ai piedi come in adorazione, e per i giardini, i sotterranei, i corridoi e le fughe del famoso palazzo arnese. E’ il paese del cardinale, per antonomasia, Paolo Farnese, poi papa con il nome di Paolo III.
Uno di quei luoghi che meritano deviazioni di centinaia di chilometri per una visita attenta e gioiosa. Natura e architettura costituiscono dunque le attrattive del paese, ma tra queste c’è un autentico gioiello e probabilmente Mallarmé si riferiva proprio a questo: è la cosiddetta “stanza dei sogni”, concepita come un immenso affresco liberante fantasia.
Le pareti, con i loro simboli, inducono infatti a liberare le parti più leggiadramente oniriche del visitatore. Era già nota nel tardo Rinascimento come un laboratorio, quasi vivente, di combinazioni esoteriche e arcane tutte tendenti ad accendere la fantasia più segreta di chi guarda e a renderla rutilante. E’ come una minaccia che deve fare esplodere la creatività occulta e sepolta nella mente degli uomini. Le figure oniriche sono spesso la proiezione –afferma la psicoanalisi moderna, e soprattutto Aldo Carotenuto- delle più celate aspirazioni. E’ proprio tale principio ad essere noto ai sapienti rinascimentali, spesso esperti di tutte le arti, e in particolare alla cerchia degli amici e dei “protetti” dalla famiglia Farnese.
Da qui nasce secondo un’attendibile leggenda l’idea di ricostruire Caprarola, o forse di adattarla, come una sorta di centrale del mutamento della coscienza. Insomma la famiglia Farnese e i loro accoliti concepiscono l’utopia di creare un paese perfettamente armonioso e così carico di simboli da modificare lo stato d’animo del viaggiatore che vi arrivi o per caso o per libera scelta. “Una volta entrati non sarete più gli stessi”. Questo potrebbe essere il motto identificatore di Caprarola, una sorta di manifesto non troppo lontano dalla realtà.
Nel 1557 è qui chiamato Jacopo Barozzi, detto il Vignola, forse il più valente architetto del tempo. Come vi giunge si innamora del luogo e viene condotto davanti ad una fortezza, che allora dominava l’abitato, a pianta pentagonale, dovuta al Sangallo. Barozzi chiede ai suoi datori di lavoro “mano libera”. Il Vignola è preceduto dalla fama e dal successo. Ha appena restaurato, nel 1550, villa Giulia a Roma e sulla base di quel precedente può chiedere ed ottenere tutto. Gli è concessa la libertà di azione che desidera e l’architetto realizza il suo capolavoro.
E’ un uomo sensibile e avverte la magia di una località dove già gli antichi sacerdoti etruschi giungevano per vaticinare. Alcuni di questi sapienti si assopivano volontariamente nei boschi e in uno stato di dormiveglia ricevevano in sogno gli dei che suggerivano i responsi del futuro. Il Barozzi, sotto queste influenze impalpabili, ma emotivamente fortissime, concepisce un progetto assoluto, un palazzo che si inserisce direttamente nell’ambiente circostante come un prolungamento ideale di quello. Selve, alberi, boschi continuano sé stessi tra le mura e le volte. La compattezza della primitiva struttura, la fortezza del sangallo, è alleggerita dai mastri carpentieri con suggestivi effetti di chiaroscuro dovuti alla particolare simmetria delle finestre, degli archi, del bugnato. L’inserimento poi di due grandi rampe di scale, che conducono all’ingresso, serve a collegare direttamente la vegetazione esterna con il cuore dell’edificio.
Il palazzo diventa specchio della natura dove il Vignola ipotizza giunga la dea Demetra a rimirarsi e a compiacersi della flora ricreata a mattoni. Dimora d’uomini che ospita l’armonia del creato. Ha realizzato, questo sognatore organizzato e geniale, quella che viene subito definita una culla d’equilibrio. Come uno slancio a cielo aperto delle recondite aspirazioni, tipiche del genio, verso la perfezione e l’assoluto.
Forse inizia proprio dalla sua inaugurazione la leggenda che vuole questo palazzo capace di realizzare i desideri. Basta sognare –così si sussurra- tra queste mura per vedere concretizzare le aspirazioni. Come forse già avveniva per i sacerdoti etruschi, capaci di far diventar “atto” ciò che pensavano. Gli artisti del Rinascimento, raggiunti dalla voce che a Caprarola è stato concepito uno scrigno a forma di palazzo, fanno a gara per creare opere mirabili all’interno della costruzione. E’ il caso di Curzio Maccarone, che ha già lavorato a villa d’Este a Tivoli e in Vaticano, che qui realizza nella sala Regia, dedicata ai fatti d’Ercole, una fontana intarsiata di mosaici dove un fiume in miniatura sembra riversarsi in un grande calice di calcare. Sovrastano l’opera, realizzata tra il 1572 e il 1573, tre puttini nell’atto di riversare nettare nella fonte. Ma il vero dominatore dell’insieme è un Cupido dormiente. Anche lui riposa con il viso atteggiato all’estasi. Le visioni sono sempre di casa in questo palazzo e nella mente dei Farnese inizia ad affacciarsi una nuova utopia.
Si comincia a delineare il “sogno del sogno”. Ovvero l’edificazione di una stanza dedicata esclusivamente al mondo onirico. E’ così strutturato “lo spazio parietale” dedicato si sogni, dove il luccichio dell’alba e dei suoi geni trova il proprio trionfo. Sul soffitto è possibile osservare, e i colori sono rimasti inalterati, tre angeli alati che scendono da una scala e penetrano direttamente nella mente di un giovane addormentato. Sono i messaggeri divini che inducono a celestiali riposi mentre tre “amorini” giocano a spazzare le nubi oscure, i cattivi pensieri. Perché i nemici di questo luogo sono gli incubi dell’anima che qui trovano la strada sbarrata dal tempio degli incanti.
Le angosce e le paure rimangono fuori dalla soglia del concepimento, scacciate dal desiderio trionfante. E’ la guarigione della memoria che si officia, nell’anima del viandante, giorno dopo giorno. E il visitatore, sempre secondo la leggenda, può chiedere che i suoi pensieri siano cambiati in stelle splendenti. Un mito a cui hanno contribuito numerosi artisti che hanno da sempre testimoniato come la loro vena creativa si sia irrobustita dopo una visita al palazzo Farnese a Caprarola. Persino l’immaginifico per definizione, il Gabriele D’Annunzio, ha concepito in questi spazi la sua Vergine delle rocce. Il poeta fu a Caprarola in almeno venti occasioni diverse, tra il 1894 e il 1895, e forse la sua capacità di raccontare per visioni è iniziata a nascere proprio qui, appunto nel sogno del sogno.

Gli affreschi che si muovono

Nella seconda metà del ‘500 e per tutto il ‘600 i pittori si divertivano a realizzare nei saloni dei “Grandi” che li ospitavano una serie di prospettive ingannevoli ed effetti ottici da prestigiatori. I fratelli Taddeo e Federico Zuccai superano tutti i loro contemporanei con le pitture del Salone Regio di Caprarola. Qui i giochi assurgono al trionfo: a seconda che li si osservi, da una parte e dall’altra dell’ambiente, un Ercole sembra voltarsi ora verso la porta ora verso la finestra. Un giovane poi sembra fuggire contemporaneamente in due opposte direzioni e le braccia di tutti i personaggi affrescati si allungano o sin accorciano secondo l’approssimarsi o l’allontanarsi del visitatore.

A pranzo dal cardinale

A Caprarola ci sono sette ristoranti e sono tutti ottimi. La cucina è più o meno la medesima, anche se i tocchi personali rendono ogni luogo diverso dagli altri. Certo qui siamo nel trionfo della pasta fatta in casa, vedi fettuccine o maltagliati (senza uovo). Siamo nell’impero del coniglio alla cacciatora o arrosto, del pesce dei lago divinizzato con griglie e aromi e nei dolci sempre artigianali e sempre stupendi. Il vino è locale, un bianco sapido con venature amarognole, come di ribes lontano. Se poi si ha la pazienza di arrivare a Ronciglione, in riva a quel gioiello naturalistico che è il lago di Vico, nel bel mezzo del parco dei monti Cimini, si avrà il piacere di imbattersi in una piccola avventura gastronomica. Qui c’è infatti il ristorante Il Cardinale dove Rodolfo Roncadin, un friulano verace, ha deciso di stabilirsi anni fa. Da allora ha tentato di unire la tradizione friulana con quella laziale: i risultati sono prodigiosi e il pesce con i profumi di Udine e delle Dolomiti è una leccornia da “cardinali”.