I MONUMENTI PERIPATETICI
(di Livio Jannattoni)
I curiosi spostamenti che nei secoli hanno subito fontane, statue e palazzi da un luogo all’altro della città, quasi per un gioco dettato dalle mutevoli esigenze urbanistiche, contribuendo peraltro ad offrire un’immagine sempre nuova di Roma con numerose implicazioni storiche, artistiche e di costume in una evoluzione della sua straordinaria vitalità millenaria.
Attraverso i secoli molti monumenti romani hanno “camminato”, spostandosi da un punto all’altro della città. Basta pensare al Colosso di Nerone, disceso dal colle Oppio per andarsi a piantare al cospetto dell’Anfiteatro Flavio. Quasi per gioco. Il gioco delle mutazioni della vita, del perenne rinnovarsi del gusto, delle mutate esigenze urbanistiche. Come in un salotto. Stanca di avere sotto gli occhi sempre la medesima disposizione, anche la città cambia posto ai suoi mobili. Cioè ai monumenti, alle fontane, perfino ad alcuni palazzi. E sembra che Roma abbia avvertito più che mai questi umorali sovvertimenti, come città di straordinaria vitalità e dotata di eccezionali possibilità di risorgere, sempre, dai periodi più oscuri. Di rigenerarsi, insomma, di riciclarsi. E i materiali per farlo non le mancavano davvero.
Si potrebbe addirittura iniziare dagli obelischi egiziani, un tempo ornamento glorioso della Roma imperiale. Poi caduti, spezzati, sepolti, più tardi ancora rialzati e ricollocati altrove. E’ rimasto famoso il breve ma drammatico spostamento dell’obelisco Vaticano. Quello dell’ “Acqua alle funi!”. Ma i due, i più grandi, che contrassegnavano la “spina” del Circo Massimo, finiranno uno al Popolo e l’altro al Laterano. La riutilizzazione delle colonne ci porterebbe invece ad una interminabile elencazione. Le centinaia, forse migliaia di colonne sottratte ai monumenti della classicità in rovina, e fatte proprie dalla nascente città medioevale. Nelle chiese e fuori, nei porticati, nelle case. L’unica colonna supersite della basilica di Massenzio verrà fatta innalzare da Paolo V sulla piazza di Santa Maria Maggiore, per collocarci sopra la statua della Madonna. Meno nobile fu il fusto della colonna dell’Immacolata, in piazza di Spagna, ma anch’esso frutto di scavi.
Questa curiosa scorribanda potrebbe apparire senz’altro come un “divertissement”, ma le sue molte implicazioni storiche, artistiche e di costume stanno facilmente a dimostrare il contrario. Né si tratta di una storia “minore”. La fisionomia e l’evoluzione non conoscono certe distinzioni. Forse nessuno ricorda che il monumento ai Caduti di Dogali stava un tempo sulla piazza della vecchia Stazione Termini. Con l’Anno Santo del 1925 venne traslocato nelle aiuole che fronteggiano il palazzo dell’ex Collegio Massimo. E ai piedi dell’obelischetto venne posto, dopo la guerra d’Africa, il simulacro del Leone di Giuda, emblema dell’Etiopia, che molto civilmente, e giudiziosamente, restituimmo in questo dopo guerra. Ci restò invece l’obelisco di Axum, all’ingresso della Passeggiata Archeologica, ma a seguito di leale intesa con quel Governo.
Certi monumenti dell’antica Roma, sia pure spogliati delle opere, dei marmi, che ne caratterizzavano la fisionomia, hanno continuato a vivere, adattandosi benissimo alla nuova esistenza. Come il Circo Agonale, la cui “forma” si è venuta tramutando man mano, per stabilizzarsi splendidamente, nell’area e nelle linee nuove di piazza Navona. Ma il gioco si fa sempre più complicato. Dalle Terme di Caracolla, è noto, provengono le due splendide vasche che decorano piazza Farnese. Mentre in Campo Vaccino, come si chiamava un tempo il Foro Romano ancora interrato, si trovava il grande bacino rotondo, ora guardato a vista dai Di oscuri sul Quirinale. Laggiù, disadorno, pur nel suo pregiatissimo marmo, aveva l’utile finalità di servire da abbeveratoio a buoi e cavalli. Un altro “beveratore, più rozzo, e allungato, enorme, che si scorge nelle incisioni settecentesche di piazza San Pietro, si ritrova ora abbandonato proprio all’ombra dell’abside della grande basilica Vaticana.
Si tratta soltanto di esemplificazioni. Si sarà capito. Chi oserebbe comunque supporre, continuiamo, che alcune colonne del demolito campanile berniniano, eretto proprio sulla facciata di San Pietro, siano andate a finire nel portico delle due chiese gemelle, o quasi, di piazza del Popolo? E c’è di più. Le colonne centrali messe in opera nel prospetto esterno della Porta del popolo sono le stesse che si trovano alle estremità del transetto nella vecchia basilica Petriana. Ed era quasi pane restituito, considerato che le colonne che figuravano nella Loggia delle Benedizioni (visibile anche in un affresco di Raffaello), ancora sulla facciata del vecchio San Pietro, provenivano a loro volta dal Portico d’Ottavia. Ma è soprattutto di alcune fontane la voglia tutta romantica di partire, di andare.
In effetti sono le fontane reginette del grande fenomeno peripatetico romano. Anche se alcune di loro risultano di genere maschile, anzi maschilista, e in certo senso fallocratico, come avrebbero detto un tempo le femministe. Vedere ad esempio il Tritone, il Moro e l’autentico atletico maschione “cor pesce in mano”, all’Esedra. E veniamo alle peripatetiche. Si potrebbe iniziare con quella sistemata in piazza del Popolo, prima che i lavori di Valadier la sfrattassero definitivamente. Dopo un lungo soggiorno ottocentesco dinanzi a S. Pietro in Montorio, finirà per adornare piazza Nicosia, dove si trova attualmente. Perfino il “fontanone” di ponte Sisto, sponda destra, va considerato immigrato. Prima della costruzione dei muraglioni si trovava infatti sulla riva opposta, bene incastrato nel palazzo cosiddetto dei Centopreti, e aperto alla visione mobilissima e incantata di via Giulia. Ripescata qualche anno fa nei magazzini comunali è invece la fontana collocata di fronte a S. Andrea della Valle. Abbelliva un tempo piazza Scossacavalli, indimenticato slargo ricavato nella “spina” dei Borghi. Un’altra fontana consimile, che per lungo tempo aveva dato voce a piazza Montanara, salirà invece sull’Aventino, nel giardino in vista di S. Sabina. Ma da lì è discesa di nuovo, per andare a decorare il rettifilo dei Coronari.
La monumentomania, alimentata dalle molteplici spinte patriottarde, politiche e sociali popolerà Roma, dopo il 1870, di statue di uomini più o meno illustri, in piedi, seduti, a cavallo. Simulacri che qualcuno, appena qualche anno più tardi, doveva trovare già molto ingombranti. E inizieranno gli sfratti, gli spostamenti. Metastasio passerà da S. Silvestro alla Chiesa Nuova, mentre Terenzio Mariani sarà costretto a lasciare piazza Sforza Cesarini per far posto a Nicola Spedalieri. “Camminerà” pure Ciceruacchio. Pietro Cossa, invece, un tempo affacciato su via Arenula, finirà per sistemarsi comodamente sotto gli alberi di piazza della Libertà. Nessuno però si ricorda più di un certo monumentino equestre, in marmo, dedicato nel 1877 a Vittorio Emanuele II, messo in bella mostra nel portico che incero modo sorregge la terrazza panoramica del Pincio. Con l’inaugurazione del Vittoriano questo minore omaggio al defunto sovrano non aveva più ragion d’essere. Si cominciò così a toglierlo dal prospetto pinciano, e a sostituirlo egregiamente con una mostra dell’Acqua Vergine. Poi i traslochi. Prima all’aperto, nell’area della caserma di Castro Pretorio, e infine nei giardinetti dietro il Museo dei Granatieri, a S. Croce in Gerusalemme. Roma umbertina distruggeva pure le sue bellissime ville, e dalla riprovevole moria usciva qualche portale in avanzo. Ecco perché, e citiamo sempre a titolo di saggio, all’ingresso della Villa Celimontata si possono leggere oggi le seguenti parole. “Questo portale, già ingresso della Villa Massimo, al Laterano, demolito nel 1855, venne qui ricostruito e restaurato nel 1931”. C’è perfino la storia tipica di palazzotto Venezia, un tempo un angolo con palazzo Venezia, sulla piazza omonima, e il cui “spostamento” venne imposto dal terremoto urbanistico derivato proprio dalla costruzione del colossale monumento a Vittorio Emanuele II. Venne cioè demolito e ricostruito in angolo con via degli Astalli. Qualcosa di simile successe pure alla chiesa di S. Rita, un tempo ai piedi della scalinata dell’Ara Coeli. Demolita anch’essa e ricostruita appare oggi come una specie di fantasma architettonico che sorveglia l’imbocco di piazza Campitelli, verso il Teatro di Marcello. Sulla medesima piazza è stata ricostruita pure la facciata del palazzo che era stato di Flaminio Ponzio. Mentre una facciatina, lavorata come un gioiello, e un tempo considerata opera di Pirro Logorio, è stata rimessa in opera sul prospetto di un edificio comunale, in Campidoglio.
Si è potuto dire poco, in queste note, di fronte alla vastità del repertorio. Ma bisogna anche aggiungere che in passato qualche volta l’abbiamo pure scampata bella, di fronte a certi avventati propositi. Dell’assillo di “mutar posto alle statue” si occupava addirittura “L’illustrazione Italiana”, nel luglio del 1926. Era ancora in ballo Pietro Cossa di bronzo, che ostacolava “il movimento”, intendendo con questa espressione lo scarso traffico di quegli anni. Perciò si era pensato di trasportarlo a Campo Verano, sulla tomba che il drammaturgo romano, oltre tutto, non aveva ancora. I Fratelli Cairoli, sempre di bronzo, al Pincio, avrebbero a loro volta dovuto emigrare verso Villa Glori, “che ora”, udite udite!, “dati i mezzi più celeri di trasporto, non è lontana da Roma”. E non potevamo meglio chiudere, se non con questa frase che riflette a meraviglia il “piccolo” mondo di Roma, che era riuscita a portare avanti fino ad allora, spontaneamente e gloriosamente, tradizioni, usi e comportamenti esistenziali da fine Ottocento.
