IL “CASTELLO” DEI CASTELLI
(di Cesare Panepuccia)
All’origine del castello è l’unità agricola detta domusculta o curtis, un tipo di insediamento generato dalla villa tardoromana, con abitazioni, residenza signorile, edifici destinati all’attività produttiva quali mulini e magazzini, l’oratorio come edificio religioso, chiusi spesso in circuiti murari. Tutto ciò costituiva il naturale obbiettivo di saccheggio durante le scorrerie dei Saraceni dato il semplice sistema di difesa: gli Arabi nelle incursioni devastarono Albanus e Aricia costringendo gli abitanti ad abbandonare la pianura per rifugiarsi sulle zone collinari.
Complementarmente alla curtes nascono i castra o castella per accogliere nuove e popolose comunità socialmente differenziate, quali villaggi essenzialmente fortificati. I Colli Albani costituivano il sito ideale, fornito di ostacoli naturali, sui cui i rilievi vennero organizzati numerosi recinti difensivi, rocche e torri di avvistamento che daranno all’area la denominazione appunto di “Castelli Romani”.
Il primo documento di infeudazione è del 947 con il quale il vescovo di Velletri concedeva a Demetrio, figlio dell’eminentissimus consul et dux Melioso un monte con casale nell’area viliterna con l’obbligo di costruirvi un castellum. Nei secoli X e XI il territorio tuscolano, rabicano e albano è sotto il controllo della potente famiglia feudale dei conti Tuscolani, la quale ebbe anche in Roma posizione di primo piano.
Dopo la disfatta dei conti Tuscolani, debellati nel 1191 dai Romani, iniziarono le contese per il possesso dei feudi fra papato e potenti famiglie baronali. I Frangipane occuparono Marino e Rocca di Papa; i Savelli, Albano, Castel Gandolfo e Castel Savello; gli Annibaldi, Rocca Priora e Montecompatri; i conti di Segni, Ariccia; l’abbazia cistercense alle Tre Teste, Genoano; i Colonna, Nemi e Colonna; il Papato tenne Frascati e Grottaferrata.
Dopo le vicende scismatiche ed il ritorno della sede papale a Roma, vari pontefici, grazie alla politica nepotista, investirono le proprie famiglie dei feudi nel “Patrimonio di Campagna” e nella “Marittima”.
I Colonna, i Savelli, gli Orsini e i Borgia si contesero dal XIII al XVI secolo a Castelli Romani, migliorando le strutture castellane, con ampliamenti, ristrutturazioni, restauri, sia per perseguire gusti architettonici, sia per rifortificare dagli smallentamenti bellici, sia per adeguare le fortezze alle armi da fuoco, proteggendo con rilasciamenti scarpati i circuiti medievali a piombo che opponevano invece una difesa a scudo piatto. Nei secoli seguenti, con le mutazioni dei rapporti fra comunità, si assiste alla trasformazione dei castelli in palazzi baronali.
I valli e le contromosse che circondavano le fortezze, diventarono orti, giardini, con siepi architettoniche e parterres. I baluardi, le parti emergenti delle torri rivellino e mastio, le cannoniere, i ponti levatoi, le garritte, elementi troppo legati a funzioni difensive, vengono spesso demoliti. Se nascosti da successivi accadimenti architettonici ricompaiono a volte, a seguito di parziali crolli o durante lavori di restauro, come lacerti di complesse strutture fortificatorie dissuete, denunciandosi quali anacronistiche presenza cariche di romantica memoria tra sgangherati tessuti urbanistici. L’unico “castello” dei Castelli ad aver mantenuto in gran parte la sua struttura originaria è quello di Nemi.
Sullo sperone di laucetite lavica, che dal ciglio craterico nemorense avanza sul lago omonimo, è la città di Nemi, dominata dalla mole castellana che divide i prospetti riflessi sullo specchio di acqua con l’enorme palazzo Sforza-Cesarini di Genzano. La sua etimologia deriva da nemus, dalle masse boschive, quindi, che caratterizzano il luogo consacrato dalle antiche popolazioni latine alla divinità nemus Dianae.
Nel III secolo fu costruita nella zona di masseria agricola, massa nemus, che nel secolo seguente fu donata da Costantino alla basilica di S. Giovanni Battista in Albano. Il luogo, detenuto poi da conti Tuscolani, ai quali si debbono far risalire le prime opere di cintura difensiva con , all’interno, un’antica conserva d’acqua, nel 1130 fu concesso dall’antipapa Anacleto II all’Abbazia delle Acque Salvie, unita allora a quella delle Tre Fontane in Roma. Assegnato come oppidum Nemo ai monaci cistercensi da papa Eugenio III (1145-53), compare come castrum nelle olle di conferma del 2 aprile 1183 di papa lucio III, e del 1191 di Celestino III.
All’ordine monastico sono da attribuire le opere di fortificazione del castello, consistenti nell’alta torre cilindrica e nell’anistante cortina fiancheggiata da due torri circolari minori che verso l’abitato sbarravano la rocca, già difesa naturalmente nei versanti a strapiombo sul lago. La memoria di questa conformazione ci è resa dall’affresco nello speco romito di Sant’Angelo, datato MCCCLXXX, raffigurante la Crocifissione e nello sfondo il castello e una chiesa con campanile nell’abitato.
Nella bolla del 12 gennaio 1255 di papa Alessandro III, oltre alle chiese di Santa Maria, Sant’Angelo, San Gennaro e San Nicola in Nemi, viene menzionata la turrim novam quae est supra lacum, in loco qui dicitur Cisterinde. Passata in proprietà alla famiglia Colonna, ritenuta discendente dai conti Tuscolani, Nemi venne confiscata nel 1297 da papa Bonifacio VIII e concessa a Orso Orsini. Conquistato da Teobaldo Annibaldi, il 2 dicembre 1378 il castello venne concesso a terza generazione dall’antipapa a Giordano Orsini, dietro censo annuo di 70 fiorini d’oro. Nel 1408 fu acquistato per 15.000 fiorini da Antonio e Prospero Colonna nipoti di papa Martino V, il quale nel 1424 obbligò suo fratello Giordano ad eseguire i necessari restauri.
Cecco Rodi o Roddi di Genazzano, cameriere e segretario di Martino V, con le numerose ricchezze accumulate presso la corte pontificia, il 16 agosto 1434 acquistò per 1.000 fiorini d’oro il castello di Nemi dal cardinale Prospero Colonna che ne ritornò proprietario nel 1446. questi, condottiero di prim’ordine, umanista ed appassionato di archeologia, informato da pescatori dell’esistenza di due navi sul fondo lacustre, chiamati abili nuotatori da Genova ed incaricato Leon Battista Alberti, a mezzo di una grande zattera costruita con botti vuote, promosse il primo tentativo per il recupero delle navi dell’imperatore Caligora. L’impresa fruttò soltanto alcuni frammenti starppati alle chiatte. Della monografia Navis, con le preziose constatazioni del famoso architetto fiorentino, nulla purtroppo ci è prevenuto. Verosimilmente le navi dovevano costituire un Santuario galleggiante onorifico a Diana la maggiore e traino l’altra.
Il castello,acquistato il 1479 dal cardinale d’Estouteville, fu confiscato da Alessandro VI e infeudato a suo nipote Rodrigo bel 1501, per tornare, dopo la morte del papa borgiano, alla famiglia Colonna. Il 15 luglio 1535 l’architetto bolognese Francesco De marchi, avvalendosi di un istrumento inventato da Guglielmo di Lorena, che, simile ad un scafandro, permetteva la respirazione in immersione, scandagliò le navi sommerse nell’antico speculum Dianae, portando vari oggetti in superficie. Il 7 maggio 1550 Ascanio Colonna vendette il castello, con patto redimendi per 10 anni, a Giuliano Cesarini e nel 1560 Marcantonio Colonna lo rivendette a Silvio Piccolomini, il quale per 4300 scudi nel 1566 lo cedette a Francesco Cenci. A nulla valsero le trattative di Marcantonio per riavere Nemi, che nel 1572 pessò invece a Muzio Frangipane, la cui famiglia lo detenne fino alla propria estinzione operandovi ristrutturazioni.
Il castello, elevato da marchesato a ducato dal papa Pio Vi, nel 1781 per 94.712 scudi fu acquistato da Luigi Braschi, il quale ordinò lavori di restauro, di trasformazione in oratorio della torre occidentale, affidando alla tempera di Liborio Coccetti (1739-1816) la rappresentazione di scene della mitologia nemorense. Lo stesso Braschi è raffigurato nelle vesti di granatiere intento a sorvegliare la tenda pontificia nell’accampamento austriaco presso nemi nel 1744.
Nel 1827 dal nobile Annesso Fusconifu tentata la terza esplorazione delle navi per mezzo di una zattera e di una campana da palombaro, quanto fu riportato in superficie venduto al cardinale Camerlengo per i Musei Vaticani. Nel 1835 con patto redimendi il duca Pio Braschi cedette il castello e i beni annessi al principe Giulio Cesare Rospigliosi e nel 1861 lo vendette al principe Filippo Orsini. Nel 1895 l’antiquario romano Eliseo Borghi, autorizzato dagli Orsini, per la quarta volta continuò a strappare, dai relitti affondati, una serie di scatole bronzee con teste zoomorfe ed altri frammenti. Con vendita giudiziaria nel 1901 il castello passò al principe Enrico Ruspoli, il quale, con i reperti provenienti dal territorio, vi allestì una preziosa collezione. Incaricò l’architetto Cesanelli di eseguire opere di restauro e manutentive, inoltre fece demolire case nel borgo per ricavare un giardino all’italiana e nel 1929 realizzò la strada che, ad occidente, divide la nuova ala del palazzo dall’abitato. Nel versante orientale, ove insisteva la torre di fiancheggiamento, costruì una strada ad uso del borgo medievale ubicato sulla punta dello sperone collinare, privatizzando il primitivo ingresso che diverrà scala mobile del palazzo. Ne seguì l’eliminazione del posticcio balcone su beccatelli nella stretta facciata a levante. Dal 1928 presero avvio i lavori, durati quattro anni, che, mediante prosciugamento parziale del lago, permisero il recupero delle enormi navi, mirabili documenti di tecnica navale romana, lunghe oltre settanta metri e larghe più di venti. Alle parti sopravissute alle spoliazioni, esposte nel Museo delle Navi, appositamente costruito nel 1935 sulle rive del lago, toccò peggior sorte nell’incendio del 1944 per mani tedesche. La fortezza-residenza, che conserva incastonati nelle facciate i marmorei simboli araldici delle famiglie che l’hanno posseduta, attualmente di proprietà della principessa Maria Theresa Berrj Ruspoli, nonostante i crolli del 1959 e i restauri che ne hanno eliminato sia la pericolosità che goffe merlature, si erge gigante sull’abitato, a protezione ancora del primitivo nucleo urbano. I successivi interventi, quali la riapertura di vani finestra sul prospetto principale, l’inserzione di cornici, marcapiano, di gronda e di riquadratura delle aperture, non sono riusciti, almeno in questo caso, a rendere completamente “civile” un’architettura di origine militare. Infatti, anche se privato della sua funzione, l’altissimo mastio cilindrico con paramento in piccolissimi parallelepipedi a cortina e mediglioni marmorei a coronamento, rimane silenzioso punto di avvistamento in un luogo ancora oggi carico di fascino leggendario e definito da Pio II, durante le sue “soste umanistiche”, “domicilio incantato delle muse e delle ninfe”.
