IL FIUME di ROMA

C’è chi lo ha definito il “Monumento vivo” di Roma, più antico della stessa città la quale deve al  fiume l’origine della sua grandezza. Una delle ragioni per cui un semplice villaggio di poche capanne divenne, nell’arco di qualche secolo, la capitale del più potente impero nella storia dell’umanità fu anche l’esistenza del Tevere la cui vicinanza al mare ne fece, in breve tempo, il perno del sistema del traffico commerciale nel Mediterraneo. Si può affermare che il fiume proiettò la Città verso il mare in una posizione di tale centralità da essere designata come potenziale dominatrice. Del resto uno dei nomi più antichi del Tevere “Rumon” riporta al nome stesso della Città Eterna sulla cui origine le opinioni degli storici non sono mai concordi (lo stesso nome del mitico fondatore di Roma, “Romolo” trarrebbe la sua origine da quello del fiume): Anche sul nome attuale le opinioni degli studiosi non sono concordi; c’è chi vuole la sua origine dal nome del re laziale Tebro piuttosto che dal nome de Re della città laziale di Albalonga “Tiberinus”. Quale che sia la verità certo è che la storia della futura capitale del mondo antico è legata fin dalle sue mitiche origini a quelle del fiume; Romolo, il leggendario fondatore, venne abbandonato alle sue acque e qui fu trovato dalla sua prima nutrice, la Lupa. Anche il percorso geografico del Tevere ci dice in qualche modo del suo specialissimo rapporto con la città. Infatti il “fiume di Roma” nasce lontano dalla città, nel Nord dell’Italia e prima di arrivare a Roma attraversa ben quattro regioni ma nessuna centro cittadino tranne, per l’appunto, Roma. Vedendo il fiume ai nostri giorni con gli alti muraglioni che ne delimitano il corso e che , in qualche modo, lo hanno isolato dalla città, probabilmente è difficile immaginare questo corso d’acqua come un’arteria viva e pulsante della “caput mundi” ed invece per secoli il Tevere è stato una delle fonti di vita e di sviluppo della Roma antica e, addirittura, dopo la caduta dell’Impero romano, ha contribuito in modo determinante alla sopravvivenza stessa della Città soprattutto quando, con il taglio degli acquedotti da parte dei barbari, l’Urbe rimase senza approviggionamento idrico (l’acqua, ovviamente, a quei tempi era potabile e si racconta che i Papi usassero portarne scorte durante i loro viaggi).
Nelle vicende di un fiume così antico nelle cui acque si riflettono alcuni dei monumenti più antichi della storia dell’umanità intera non possono mancare le leggende; una di queste è particolarmente interessante. Si racconta infatti che tra i tanti tesori nascosti nel fondo del fiume limaccioso e giallognolo (da cui trae origine il soprannome più conosciuto del Tevere “Biondo”) ci sia il candelabro a sette luci proveniente dal Tempio di Gerusalemme distrutto dall’Imperatore Tito.In effetti il fiume nel corso dei secoli ha restituito un po’ di tutto considerando che nelle sua acque, soprattutto al tempo delle invasioni barbariche, sono finite non poche opere d’arte in parte gettate dagli invasori ma a volte abbandonate al fiume dagli stessi Romani quasi a volerle “consegnare” al proprio fiume per proteggerle dalla furia devastatrice del barbaro. Come dicevamo prima il si presentava agli occhi del visitatore in maniera assai diversa prima della costruzione dei muraglioni avvenuta alla fine del XIX secolo ad opera del nuovo governo dell’Italia unita per risolvere, definitivamente, il problema delle inondazioni periodiche (una delle quali alla fine del 1500 causò tremila morti). Il fiume oltre ad essere dotato di una serie di porti commerciali era anche un motivo di svago e di divertimento per i cittadini di Roma: lungo le sue rive infatti sorgevano anche dei veri e propri stabilimenti dove i Romani si recavano per bagnarsi nel fiume. Goethe in un suo scritto accenna ai suoi bagni serali nelle acque del Tevere e si racconta che Gregorovius proprio passeggiando sulle sue rive abbia avuto l’ispirazione per l’opera sulla storia della città eterna a cui avrebbe dedicato buona parte della sua vita. La vocazione del Tevere a “mare dei Romani” è durata fino agli anni  sessanta quando lungo le sue sponde erano attraccate grandi chiatte sulle quali sorgevano veri e propri stabilimenti nei quali era possibile abbronzarsi e farsi il bagno a fiume. In quegli anni la vita del fiume era animata dai cosiddetti fiumaroli, simpatici personaggi la cui vita era tutt’uno con il fiume, alcuni dei quali sono rimasti per sempre nella memoria dei Romani che hanno vissuto con i tempi. I numerosi circoli di canottaggio che ai giorni d’oggi sorgono sul Tevere sono l’ultimo retaggio dei tempi in cui esisteva con il fiume un rapporto quasi quotidiano ed esso faceva parte a pieno titolo della vita della città. Oggigiorno non è consigliabile bagnarsi nelle sue acque visto l’alto tasso di inquinamento che raggiuse il picco nel corso degli anni settanta-ottanta. Alcune tradizioni di quegli anni sono sopravvissute come quella del tuffo il 1 di gennaio dal Ponte di Ripetta che per anni ha visto protagonista un simpatico gentleman inglese soprannominato dai Romani “Mr.Okay” il cui testimone negli anni presenti è stato raccolto da un bagnino di Ostia che ha ripreso questo originale forma di saluto dell’anno appena cominciato.