MASTRO TITTA IL BOIA DI ROMA

 (di Carlo Villa)

Il famoso carnefice della Roma pontificia rievocato attraverso le “giustizie” da lui eseguite dal marzo 1796 all’agosto 1864 tra impiccagioni, squartamenti, mazzolature e decapitazioni: un personaggio rimasto leggendario che ispirò al Belli alcuni straordinari sonetti.

E’ recente la rivalutazione “dotta e distaccata” della letteratura d’appendice con intenti “educativi”, sottolineature di costume e una certa ironia. Gregoretti, per esempio, non è nuovo a esperimenti, anche televisivi, sull’argomento, mentre su di essa hanno avuto più di una parola di stima e di svagato apprezzamento Antonin Artaud e Max Ernst, e non c’è dubbio che le “memorie” di Mastro Titta, il boia del papa, al secolo Gianbattista Bugatti, s’inseriscano a buon diritto nella storia del romanzo d’appendice più esemplare.
Pubblicata alla fine dell’Ottocento dall’editore romano Perino, in realtà esse costituisconoun autentico “falso”, perché il famoso esecutore di “giustizia” della Roma pontificia non scrisse mai delle “memorie”, ma si limitò a lasciare un preciso elenco delle “giustizie” da lui compiute, registrando per ciascuna di esse le generalità delle vittime, il luogo e il genere delle esecuzioni e il crimine commesso. E così da questo elenco veniamo a sapere che gli internati “magistrali” di Mastro Titta, tra impiccagioni semplici, impiccagioni seguite da squartamento (quando il delitto fosse particolarmente esecrando), “razzolature” e squartamenti, decapitazioni mediante ghigliottina, assommano a ben 516, eseguiti dal marzo 1796 all’agosto del 1864. Di lui potremmo, in pratica, tranquillamente affermare quel che Jules Janin disse di Sade: “Che infaticabile scellerato!”.
E pensare che chi lo ha conosciuto lo descrive per un uomo bonario, educato, pronto ad offrire prese di tabacco alle vittime e felice quasi di compiere il suo dovere, per il quale riceveva il simbolico compenso di un “papetto”, ovvero di tre centesimi della lira romana. Solitario e cupo si aggirava per i Borghi (abitava a Borgo Sant’Angelo) fra il terrore di chi lo riconosceva; ed era assai popolare perché le condanne a morte del governo papale erano seguite sempre da grandi masse festanti. Era una sorta di “spettacolo” e gli scenari di questa rappresentazione pseudoteatrale erano a ponte Sant’Angelo, a piazza del Popolo o a via dei Cerchi.
Il condannato si avvicinava tra il salmodiare delle Confraternite al palco intorno al quale era disposto in quadrato il reparto militare; ecco poi gli ultimi tentativi per convincere un “impenitente” a prendere il “conforto” religioso. E infine, rapida, l’esecuzione. Nel momento in cui la testa della vittima era spiccata dal corpo o infranta dal colpo di mazzuolo i padri davano uno schiaffone ai figli, recati per mano a vedere lo “spettacolo”: “perché ricordassero”. A futura memoria.
Le “memorie”, appunto, dal tono talmente “ingenuo” nella narrazione “scellerata”, da assurgere nonostante tutto a specchio dei tempi e suscitare una certa curiosità. Sfogliamole allora queste “memorie” di Mastro Titta; avranno la capacità di riportarci come d’incanto di fronte al boia. Peraltro le note di costume lapidarie messe in bocca al nostro eroe dal suo “biografo” sono abbastanza numerose e puntellano qua e là le imprese del boia romano, proprio nel gusto del tempo e per andare incontro, come si direbbe oggi, alle aspettative di un pubblico, fermo e convinto su taluni schemi di comportamento, e dunque soddisfatto nel vedersi ammannire un discorso che non ne minasse ,ma anzi consolidasse gli assiomi.
Così in Un orrendo rogo, il boia si fa addirittura psicologo a buon mercato, ammonendo il suo vasto pubblico, sicuramente pronto a dargli ragione: “Non è raro il caso che il marito innamorato sia anche un marito ingannato. I sacrifici che fate per una donna essa non li considera che come un tributo dovutole; essa aumenta il concetto di sé medesima e cresce per conseguenza le sue pretese in ragione dell’affetto che le portate”.
Mentre in Un dramma d’amore in carrozza, da psicologo, mastro Titta si fa indagatore di patologie quotidiane, vergando una scheda anamnestico-sociale di grande e sicuro effetto emotivo: “Le resistenze di Sofia furono deboli, per non dire nulle. Le condizioni patologiche della donna erano favorevoli a quell’avventura arrischiatissima (ossia con il suo cocchiere, famoso e irriducibile don Giovanni). Se è vero che tutte le donne hanno dei momenti nei quali sono di chi le piglia, doveva essere quello uno dei suoi momenti…quando una passione non ha potuto avere il suo svolgimento nei sensi di una donna, questa ne soffre orribilmente, il suo carattere si altera e si dà in balia agli eccessi più mostruosi.”
Ma naturalmente le “memorie” sono colme anche di annotazioni “tecniche” riferite al mestiere praticato da Mastro Titta, il quale, tra la disinvoltura e la truculenta più becera, reca al lettore ogni segreto del suo ufficio, con quel compiacimento comprensibile in chi, sapendosi al di sopra d’ogni giudizio, gode nell’analizzare in dettaglio gl’incerti e i piccoli guai di un lavoro al limite dell’assurdo. E così in Un cameriere zelante l’inaudita professione svela le sue noie con pennellate quasi melanconiche: “Trascorsero due mesi prima che dovessi esercitare di nuovo le mie funzioni; né, per dire la verità, me ne rammaricavo, perché nella stagione estiva il mestiere diventa più faticoso e più difficile, specie nelle impiccagioni e negli squartamenti”.
In Una esecuzione difficile la descrizione dei guai che possono scaturire una volta che il boia sia in azione sul palco, assume senz’altro le tinte più drammatiche: “Non era stata agevole l’impiccagione di Francesco Perelli, un povero diavolo reso becco dalla moglie troppo avvenente. Non appena, infatti, gli ebbi tolto il bavaglio cominciò ad urlare, a chiedere grazia e a invocare le celesti legioni perché discendessero a liberarlo; non era svenuto come tanti altri, possedeva ancora tutte le sue forze; ma era mestieri trascinarlo e portarlo su a braccia mentre si dibatteva. Con il laccio al collo, gridava ancora, e fu proprio la corda che gli strozzò la parola di bocca. Impiccato, diventò paonazzo e quasi nero. Aveva gli occhi fuori dall’orbita, i capelli irti come chiodi, la lingua sporgente dalla bocca dura e irrigidita. Quando incominciai a spaccarlo, mi pareva che le sue fibre avessero ancora dei fremiti di vita. Certo non avevano perduto punto del loro colore naturale. La giornata era rigida; soffiava la tramontana, e le sue viscere fumavano, come se fossero state tratte bollenti da una pentola; a contatto dell’aria algida il fumo si condensava in grasso e deponendosi sulle mie mani, me le rendeva scivolose. Prima di tornare a casa mi ci volle una libbra di sapone per ripulirmele”.
Queste “memorie” sono in fondo il frutto di una sorta di “leggenda”, perché indiscutibilmente Mastro Titta finì per diventare il nome emblematico del boia pontificio, anche se non fu l’ultimo giustiziere del papa; infatti quando andò “in pensione” gli subentrò Vincenzo Calducci, suo aiutante dal 1850, che seguitò la cruenta missione fino al 9 luglio 1870. Un nome leggendario, che ispirò al Belli una dozzina di sonetti, nei quali definì il boia come “er bastone de la vecchiaia de li Stati” in polemica ironica con i giacobini che volevano l’abolizione del carnefice, simbolo di un sistema di giustizia “da tiranno”.
Così in Er dilettante de Ponte, il poeta rievoca un’esecuzione a ponte Sant’Angelo nel caratteristico segno dello spettacolo segnalando in nota che “molto ben pagato è il carnefice, ed in qualunque servizio del suo mestiere gode di varii e bei profitti. Si vuole però che l’atto della uccisione del paziente siagli pagato tre quattrini, cioè”, come ricordavo all’inizio, “tre centesimi della lira romana ‘il papetto’, a dimostrare la viltà dell’opera”:

Viengheno: attenti: la funzione è lesta.
Ecco cor collo ignudo e ttrittichente
er prim’omo dell’opera, er paziente,
l’asso a coppe, er ziggnore de la festa.

E ecco er professore che sse presta
a sservì da cerusico a la gente
pe ttre quadrini, e a ttutti gentilmente
je cura er male der dolor de testa.

Ma no a man manca, no: l’antro a man dritta.
Quello ar ziconno posto è l’ajutante.
La precedenza aspetta a mastro Titta.

Volete inzeggnà a me chi ffà la capa?
Io qua nun manco mai: so ffreguentante;
e er boja lo conosco com’er Papa.