NETTUNO E TORRE ASTURA
Caratteristico borgo medievale sul Tirreno, Nettuno è da sempre meta di piacevoli fino alla romantica Torre Astura che rievoca la tragica storia del giovanissimo Corradino di Svevia.
Contrada di eroi, guerrieri, streghe, sante, poeti, sirene, mari, vini e giochi di dei. Così si staglia Nettuno nell’immaginario collettivo. Dove la risaputa bellezza delle donne ha suscitato meraviglie nell’accumularsi degli anni e sospiri di scrittori che vi vedono da sempre lontani echi dell’Oriente. Basta il loro costume tradizionale a far comprendere come la mezzaluna abbia portato un tempo ispirazioni per tali vesti. Lunga e frangiata la gonna, pizzi che si incuneano gotici lungo il corpetto e colori vivi da costa berbera. Sembrano infatti più signore di una nave d’assalto turca o d’abbordaggio del Saladino piuttosto che padrone di questo paese creato nell’incavo gioioso di un lembo paradisiaco del Lazio, compreso tra i flutti e le selve felici. Nel mezzo degli occhi mandorlati e scuri come pozzi di desiderio di queste fanciulle, nel centro di un vorticare di uccelli di boschi che si spingono nell’abitato per far udire il loro canto, ai margini di un mare ancora di possibili trasparenze, nel dedalo delle antiche strade del borgo di mare, è impossibile conservare l’umore tenue del cittadino assonnato.
Nettuno suggerisce impeti gioiosi. E’ l’eros che vi avvampa naturale a spingere verso l’allegrezza del cuore. Aleggiano appunto quelle “desiate” ragazze e spingono il desiderio fino alla voluttà della mente, sono sufficienti gli odori delle remote case per accendere la fantasia verso un’ideale abitazione in spazi armoniosi, sono bastevoli le fronde che circondano ogni mattone, ogni strada, ogni angolo per credere di essere ancora in un ambito dove la natura è accettata. Sono dunque colori a tutta tinta questi momenti reali e metafisici di Nettuno. E questo già è molto per fare amare un luogo e spingere alla visita, se non al soggiorno. Eppure è nulla, meno che nulla rispetto a quanto si può scorgere con gli occhi e con l’emozione in questa contrada fatta appunto di presente e passato, di creature d’oggi e apparizioni di ieri, di storia e leggenda, di amori e odi crucciati. Qui si sogna. E la sensazione onirica sembra che appartenga a tutti. Come un rapimento collettivo. Non è forse questa la dimensione di Romolo che da ogni tempo ha un ristoro sulla piazza, al centro esatto del borgo medievale? Dove sembra di mutare epoca in un attimo, tanto la suggestione è dirompente tra case, mura selciato, merli, tetti, tutti della medesima inconfondibile tinta rosata, caratteristica dei centri del XIV secolo e miracolosamente giunta fino ad oggi solo e soltanto qui.
Si diceva prima di Romolo, ma come lui sono tutti quelli che hanno aperto un tavolo per mangiare, che ha il suo posto dove la gente arriva assetata e vogliosa di pesce dato il profumo che avvampa dalla marina. E Romolo serve (come potrebbe essere altrimenti?) una “Romanella” frizzante gelata che scorre come nettare dentro la gole e grigliate di freschezza ittica che canta nel naso prima che nella bocca. Poche lire e tutto fila liscio. Bene, miliardari offrono somme di capogiro per questo angolo di ristorante e lui invece nega. Che gli importa? Potrebbe con quei denari comprarsi mai un altro spazio di sogno? Mai più. Ma quest’uomo è un’eccezione, si può dire. Invece no. Qui tutti sono così. Nessun avvoltoio con dollari esproprianti è riuscito a fare breccia nel nucleo antico di Nettuno che conserva così intatto il primitivo tessuto umano. Fatto unico. E si vede. Per le strade si odono i richiami identici a quelli di cento anni fa. Chiedete ad un nonno e vedrete che il tempo sembra non sia trascorso. Stessi odori, stesse strade, stessi colori, stessa atmosfera. Ora come dieci anni fa, come un secolo, come nelle clessidre che non fanno scendere la sabbia, immote e arrestate in uno spazio che si desidera immutato.
Sì, a Nettuno tutti hanno voluto conservare per sé e per la gioia degli altri. Uno scrigno piccolo e di tenere dolcezze, dove l’immaginazione ha il suo spazio. Così fa irruzione Torre Astura, separata dalla terra e poi riunita da un portale. Lei, cos’ antica, è custode della tragedia che da sempre fa sanguinare il sentimento degli abitanti. Perché si tratta di un terribile tradimento e chi è nato a Nettuno, così diverso nei sensi dell’ipocrisia, rifiuta con accanimento di essere accomunato con l’antico padrone della fortezza e, anzi, si identifica con chi ha subito l’angheria. Con quel giovane, biondo e gentile, che fu massacrato dall’ignavia altrui più che delle lame degli Angiò. Corradino di Svevia,dopo la rotta di Tagliacozzo. Il ragazzo è figlio di Corrado IV e di Elisabetta di Baviera. E’ l’ultimo degli Hohenstaufen. Nel 1267 è accolto a Roma in modo trionfale. E’ la grande idea dell’impero universale, della Civitas Dei riverberatasi nel mondo che si rinnova. I suoi seguaci non credono in Sant’Agostino, reputano che il mondo delle ombre, la Terra, possa realizzare l’impossibile utopia di un regno sublime anche nello spazio degli uomini. Federico II ha dimostrato la possibilità di avvicinarsi al sogno, poi l’angheria papale e degli Angiò ha disintegrato i vagheggiamenti.
La nebbia della sconfitta travalica feroce sugli onirismi. Rimane questo giovane. No, rimane questo ragazzo. No, rimane questo bambino. Con lui tutte le aspettative di un’unica terra con un’unica popolazione. Senza distinzioni di confini e lingua. Nel segno dell’universalità esoterica di Roma. A Tagliacozzo c’è lo scontro. La battaglia sembra vinta. Poi un’imprudenza, uno slancio di troppo, un attacco immotivato. Corradino è davanti a tutti. Non si fa così in guerra, non è un gioco di tenzoni contesi. Ma lui non lo sa. Lui è un Cavaliere. Gli Angiò sono crudeli nella loro pochezza concreta. Ma vincono. Così il “leggiadro” fugge e giunge appunto a Torre Astura. Sono in quattro. Con lui c’è il duca d’Austria Federico di Badenberg, il conte Gherardo di Donoratico e il conte Galvano lancia, detto il Toro. Tre formidabili guerrieri. Sono accolti da Giovanni Frangipane che li tradisce. La storia racconta che li vende a Carlo d’Angiò. Ma qui glia nni e gli studiosi sono troppo buoni. Galvano Lancia a Tagliacozzo disarciona trenta cavalieri nemici e da solo arresta un intero manipolo di soldati appiedati, poi abbatte con un pugno il destriero di Louis Chapete, campione di Francia. No, Galvano non si sarebbe fatto consegnare notte tempo come un agnello. Loro fino all’ultimo momento non hanno potuto credere ala tradimento. Si sono fatti arrestare perché non rientrava nella loro mente la possibilità del tradimento. Poi l’eccidio. Corradino è assassinato a Napoli. Ma questa è un’altra storia. Resta il Frangipane con il suo tessuto di sterco.
Non a caso gli abitanti di Nettuno, da sempre conosciuti per alfieri di temerarietà, non ricordano nulla di costui. Rimane soltanto la Torre Astura con le sue meraviglie di ogni stagione. Delizia per le estati canore, per gli inverni assolati, per gli autunni dalla luce tenue e riflessa. Luogo di innamorati e di sognatori. Ma così è. In questo paese si è destinati a lasciarsi cullare dagli onirismi e dalla furia emozionale. Non è questa la landa dei tori selvaggi che nell’800 fanno scrivere allo Strafforello “le macchie sono popolate di tori maestosi… guai al malcapitato che percorra a piedi questa regione”. Poi è a arrivato il turismo. Ma si sa, non si può custodire il tesoro da soli. Così inizia la migrazione. Ma ben sia giunta. Perché, misteriosamente, chiunque vi giunga si sente come nel proprio ambito. Ed anche la grande Santa che fu uccisa per non “soggiacere all’altrui diletto”, la Maria Goretti dal corpo intatto, è lì nel suo santuario a rallegrare con la sua “pietas” di rimando i fedeli che vedono in lei il simbolo della purezza infranta. Forse un karmico recupero di quel piccolo Corradino di cui ancora il sentimento popolare non si da pace.
