OPPIO: UN PARCO TRA CHIESE E TORRI
(di Francesca Aloisi)
Il suggestivo parco realizzato negli anni Trenta con opere di architettura e giardinaggio, nonostante il degrado incombente, resta il centro emblematico di questo colle, al quale fa corona un complesso medievale di chiese e torri sorto tra antichissime testimonianze monumentali, dalle Sette Sale alla Domus Aurea, che con opportuni restauri e adeguate strutture è destinata a divenire uno degli ambienti “museali” del patrimonio archeologico romano.
Il colle Oppio apparteneva alla più antica struttura della città di Roma, il Septimontio. Prima della divisione augustea della città, il colle faceva parte della terza regione di Servio Tullio, l’Esquilina. Quando Augusto riorganizzò Roma dandole uno stile imperiale uniforme e ricoprendo tufi e mattoni di marmi, l’Oppio venne compreso nella terza regione denominata Isis et Serapis, da un santuario egizio rinvenuto nella zona. Col Medioevo questi luoghi splendidi nell’antichità si riducono allo stato di rovine e così restano per molti secoli. Il nome Oppio sembra derivare dall’ubicazione del colle contrapposto al Cispio: i due colli infatti sono le sommità l’una opposta all’altra, dall’Esquilino. Attualmente è compreso nel rione Monti.
Si tratta di una delle zone archeologicamente più dense di Roma, ad un passo dall’anfiteatro Flavio verso il quale digrada dolcemente; il Colosseo fa da sfondo di grande suggestione, degno di scenografie imperiali, al viale del Parco realizzato dall’architetto Antonio Muñoz nel 1935. Più di cinquant’anni fa la costruzione del viale che tagliò il complesso delle Terme di Traiano rispondeva ad un’audace interpretazione dello spazio, che oggi riesce difficile cogliere nel traffico caotico che ha trasformato i più bei luoghi di Roma in un parcheggio. Le presenze archeologiche del colle Oppio, delle quali conosciamo l’esatta ubicazione grazie alla pianta Marmorea Serviana, sono: la Domus Aurea (fastosa residenza dell’imperatore Nerone), le Terme di Traiano, le Terme di Tito, l’Auditorium di Mecenate e la Porticus Livide.
La Domus Aurea, opera degli architetti Severo e Celere, doveva essere qualcosa di veramente grandioso; fu ultimata in solo quattro anni e copriva un’estensione vastissima di spazio, di fronte al lago voluto da Nerone nel luogo ora occupato dal Colosseo, Le splendide decorazioni che ornavano i portici e le sale del palazzo colpirono gli artisti del Rinascimento ai quali si rivelarono tanto che ne derivò quello stile pittorico e decorativo delle “grottesche” riprodotto da Raffaello, Giulio Romano e Pinturicchio. Nel 1506, inoltre, fu ritrovato, fra le rovine della Domus, il celebre gruppo marmoreo del Laocoonte, ora nei Musei Vaticani.
Per poco tempo l’imperatore godette del lusso e della ricchezza della dimora da lui ideata; infatti poco tempo dopo la conclusione dei lavori Nerone fu condannato a morte; i suoi successori, volendo cancellare il ricordo dell’odiato imperatore della città, assecondando un istinto che segue modi e riti pressoché identici nei secoli, si accanirono sulle opere da lui volute. Il palazzo fu parzialmente distrutto e ricoperto di macerie per fare da fondamenta a nuove costruzioni. Traiano diede all’architetto Apollodoro l’incarico di erigervi delle terme che furono concepite secondo un’idea grandiosa che agli impianti termali in senso stretto, tecnicamente molto avanzati, univa edifici adibiti a biblioteche, palestre e sale riunione. Inoltre dovevano trovarvisi non poche opere d’arte: ben 25 statue vennero rinvenute nel 1547 dal Cardinale Trivulzio.
Oggi restano alcune esedre, il vasto serbatoio detto “le Sette Sale” e muri perimetrali del complesso. Certo il conglobamento della Domus Aurea nella nuova costruzione delle terme, con il conseguente interramento di molte delle sue parti, ne ha reso possibile la conservazione quasi intatta fino al Rinascimento, quando se ne fecero le prime scoperte. Ma nello stesso tempo l’impianto idrico delle terme, cadute quasi in rovina, ha provocato infiltrazioni che hanno danneggiato affreschi e decorazioni della Domus. A tutt’oggi i notevoli problemi conservativi del complesso inscindibilmente connesso di terme e Domus Aurea devono fare i conti con questa realtà. Le Terme di Tito hanno invece proporzioni più limitate: si trovano esattamente di fronte all’Anfiteatro Flavio; qualche rudere è visibile dentro la Caserma dei carabinieri su vi della Polveriera. Nel Rinascimento i maestosi ruderi delle terme traianee vennero erroneamente attribuiti al complesso termale voluto dall’imperatore Tito.
Negli anni Trenta una vasta zona del colle fu destinata a Parco archeologico, salvando questo angolo di Roma dalla devastazione edilizia che non ha risparmiato zone limitrofe. Certo la realizzazione di questo parco rispondeva ad un concetto ottocentesco del rudere e dell’antico. E in questo senso fu molto curato con opere architettoniche (tra portali d’accesso e fontane) e opre di giardinaggio con il trapianto di 2500 rose. I bellissimi pini di dettero all’ambiente e ai ruderi un fascino particolare; ma i ruderi non vanno intesi solo come decorazione. Alla luce delle nuove conoscenze e di una impostazione “didattica” che permette al visitatore di leggere nel rudere la storia del complesso cui appartiene, si impone oggi una risistemazione del parco, che oltretutto denuncia nel verde uno stato di degrado lacrimevole. La Domus Aurea dovrebbe diventare uno dei nuovi ambienti “museali” del patrimonio archeologico romano; vi saranno infatti esposte le testimonianze della residenza neroniana, di cui restano cospicui resti scultorei ed architettonici, nonché la documentazione di età repubblicana rinvenuta nel sottosuolo dell’insediamento imperiale.
Se la prima parte della nostra passeggiata ci ha immerso nei fasti imperiali di Roma antica, non possiamo dimenticare un’altra forte presenza del passato che potrà farci provare diverse suggestioni: è quella del cupo Medioevo che aleggia nella zona conosciuta come il complesso delle “case dei Borgia”: la costruzione di via Cavour ha modificato l’originaria struttura di questa parte del colle. Ci riferiamo alla salita Borgia, l’antico vicus sceleratus ricordato dalla fosca leggenda di Tullia che qui passò con il cocchio sul cadavere del padre Servio Tullio.
Il complesso che si estende sopra un suggestivo passaggio a volta terminante in piazza San Pietro in Vincoli è di chiarissima impronta medievale; interessante la Torre dei Margani (proprietari del complesso nel Medioevo, insieme ai Montanari e ai Cesarini) cui è stato aggiunto un campanile senza però alterarne strutture e linee; la torre è del XII secolo mentre i beccatelli che la coronano sono del 1400-1500: ora è il campanile della chiesa di S. Francesco da Paola.
Memoria di un secolo di lotte sanguinose fra le potenti famiglie nobili romane sono anche altre torri; le due su via Lanza, ben restaurate, vicino alla chiesa di S. martino ai Monti, del cui complesso monastico entrarono a far parte; una delle due torri è detta de’ Capocci, per essere appartenuta a questa famiglia. Un’altra è la Torre degli Annibaldi, robusta, tozza e ben conservata, fatta erigere da questa famiglia nel 1204 in un momento di grande potenza degli Annibaldi dovuta all’acquisita parentela con papa Innocenzo III. Sul colle Oppio si trovano alcune chiese molto antiche, a dimostrare che questa zona di Roma è stata abitata da qual ceto che fin dai primi secoli aveva accolto la nuova dottrina cristiana, il ceto minuto della Suburra. Cominciando dalla già citata S. Martino ai monti che secondo il Liber Pontificalis è da identificarsi con il titolo Equitii, e risale certa,mente agli anni tra la fine del IV e inizio del V secolo, continuiamo con S. Lucia in Selci, antica diaconia più volte restaurata e al momento tenuta dalle Suore Agostiniane, per arrivare a S. Pietro in Vincoli consacrata nel 439 e modificata vistosamente nel 1700 dal Fontana. Attualmente la Soprintendenza vi sta lavorando per il restauro del soffitto ligneo settecentesco. E’ comunque sempre possibile ammirare il Mosè situato nella navata laterale destra della chiesa; al capolavoro michelangiolesco è legata la vicenda della costruzione del mausoleo di Giulio II, rimasto incompiuto: i desideri del veemente papa della Rovere che voleva la sua tomba al centro di S. Pietro, non furono esauditi, per colpa della nota volubilità dell’artista, troppo debole alle lusinghe delle nuove committenze. E nulla poté in questo senso l’ira del volitivo, quanto immodesto, pontefice. Il chiostro della chiesa, attribuito al Sangallo, ha un bel pozzo decorato a mascheroni. Nel convento ha sede la facoltà di ingegneria.
Antichità classica, Medioevo, ma il colle fortemente l’impatto architettonico anche dei secoli più vicini a noi; abbiamo già visto che la sistemazione del Parco archeologico risale agli anni Trenta. Dobbiamo aggiungere che l’epoca umbertina, laddove ha potuto, ha lasciato le impronte di un’edilizia grigia e severa: realizzazione più imponente ne è palazzo Brancaccio, dal vasto atrio a navate su imponente colonne di granito grigio e il maestoso scalone. Questo, come altri palazzi realizzati dalle grandi famiglie patrizie della Roma fin-de-siècle, è l’esempio di una edilizia privata magniloquente che si inquadra nel primo cinquantennio di Roma capitale. Ospita dal 1958 il Museo di Arte orientale che raccoglie, in cinque sale, collezioni cinesi, giapponesi e coreane di grande interesse.
